Discorso del presidente del Consiglio Studentesco in occasione dell’inaugurazione dell’a.a. 2013/2014

Pubblicato il 11 dicembre 2013 | Autore: | Categoria: Art. 34, Commissione Didattica, Comunicati Stampa, Dipartimenti, Eventi, Primo Piano

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL’AQUILA

Inaugurazione Anno Accademico 2013/2014

11 dicembre 2013

Discorso del Presidente del Consiglio Studentesco Valentina Ciaccio

Studenti, dottorandi, specializzandi, personale tecnico-amministrativo, personale docente, ricercatori e precari vari dell’Università dell’Aquila.

Ministro Trigilia, Illustre Prefetto del Governo, Rettrice, Presidente della Regione, Presidente della Provincia, Sindaco, Autorità tutte.

 

Quello che ci troviamo oggi a celebrare,  è un momento molto importante per l’Ateneo aquilano, per tutti i suoi Studenti, per il suo Personale, per la Città tutta. Un Anno Accademico che ci vedrà affrontare molte sfide importanti, non solo a livello locale. Ci troveremo di fronte a scelte difficili, che segneranno il futuro dell’Ateneo e della Città nei prossimi anni, in un contesto nazionale che vede l’istituzione “Università” affrontare uno dei suoi momenti più complicati.

Dopo anni di dibattiti e confronti sull’Università italiana è giusto adesso fermarsi e fare un quadro preciso su ciò che stiamo vivendo. Non è pensabile slegare l’Università, tantomeno l’Ateneo aquilano, dal momento politico, sociale, culturale ed economico che il nostro Paese sta attraversando. Non possiamo e non dobbiamo ignorare che la fascia debole del nostro Paese è sempre più in espansione.

In questo quadro, possiamo e dobbiamo considerare il dato negativo che il nostro paese vanta nella disoccupazione: superare la soglia del 12,9% di disoccupazione nazionale è un segnale che non può più passare inosservato.

La mancanza di una prospettiva lavorativa, l’aumento delle difficoltà economiche, i continui aumenti delle tasse universitarie ed i tagli scellerati sul diritto allo studio hanno dato un unico risultato. Infatti, dall’anno accademico 2003/2004 gli studenti immatricolati all’università sono passati da circa 340mila a soli  280mila dell’anno accademico  2011/2012, per un calo totale del 17%.  E non a caso tra la diminuzione delle immatricolazioni e l’aumento della disoccupazione, con le punte record del 40% tra quella giovanile, in Italia è esploso a dismisura il pericolosissimo fenomeno degli “inattivi”. E’ ancora  troppo presto per dire se questo trend si stia invertendo; il dato che ne esce è comunque drammatico: una parte della popolazione sta rinunciando alla possibilità di migliorare la propria condizione economica e sociale.

C’è bisogno, ora più che mai di strumenti concreti, adatti a rispondere e superare queste criticità. Tra questi, sicuramente c’è il diritto allo studio. Un diritto costituzionalmente garantito, per permettere a tutti i capaci e meritevoli di raggiungere i più alti gradi della formazione.

Ma la parola “meritevoli”, contenuta nell’articolo 34 della Costituzione, non deve essere fraintesa e diventare così una mera bandiera. Bisogna rompere l’ipocrisia che si nasconde dietro questa parola, troppo spesso usata per coprire i tagli indiscriminati al fondo statale per il diritto allo studio o per giustificare l’aumento dei criteri di merito. Aumento che ha come effetto solo quello di diminuire gli idonei alle borse di studio.

Bisogna smettere di credere che il sistema di diritto allo studio non sia adatto a questo Paese dal lato normativo. E’ ora di fare la scelta che in un momento storico come questo appare prioritaria: bisogna investire, investire ed investire sul diritto allo studio. Dobbiamo lavorare per eliminare l’anomalia dell’”idoneo non beneficiario” di borsa di studio. Dobbiamo farlo non eliminando “gli idonei”, ma superando l’assurdità che pur essendo idonei, si rimane “non beneficiari”.  Non sono soluzioni l’innalzamento dei criteri di merito o l’introduzione del prestito d’onore. L’esperienza anglosassone ci insegna che aumenterebbe solamente la precarietà di una generazione che già ne vive abbastanza, costretta troppo spesso a lavorare in nero per pagarsi la vita universitaria. Dobbiamo garantire ai giovani che si avvicinano all’università, l’autonomia di scegliere il proprio percorso di studio ed anche il luogo in cui studiare. Solamente così possiamo dire di aver iniziato ad investire sui giovani e sull’Università.

Chiediamo a tutti di fare un piccolo esercizio: ogni volta che, parlando di diritto allo studio, vi viene in mente la parola “meritocrazia”, fermatevi!

Fermatevi e riflettete su queste semplici, semplicissime cifre:

Italia, budget totale sul DSU 407 milioni, 115 mila studenti beneficiari e 46 mila studenti ospitati nelle  residenze pubbliche;

Germania, budget totale sul DSU 2,8 miliardi, cioè 7 volte quello dell’Italia, 417 mila studenti beneficiari e 220 mila studenti ospitati nelle residenze pubbliche;

Francia budget totale sul DSU 3,7 miliardi, cioè più di 9 volte quello dell’Italia, 640 mila studenti beneficiari e 165 mila studenti ospitati nelle residenze pubbliche.

Questo è il vero problema del diritto allo studio in Italia!

Non di certo l’innalzamento dei criteri di merito: quella è solo ipocrisia.

Allo stesso modo, vi invitiamo a riflettere sulle scelte del MIUR di questi anni: si dichiarava di aumentare la quota premiale nel riparto del Fondo di finanziamento ordinario, ovviamente in nome della “meritocrazia”. Nella realtà non si è utilizzata tale quota per premiare davvero,  come si era immaginato anni fa.

Al contrario, abbiamo visto applicare continui tagli all’FFO: per quest’anno ci si attesta ad un meno 150 milioni rispetto al 2012, e a ben 1 miliardo e 800 milioni in meno rispetto al 2008, passando quindi da più di 7 miliardi agli attuali 5 miliardi e 400 milioni. In questo contesto la quota variabile è servita  a gestire i tagli. Non  andava chiamata quota premiale, che ipocrisia! Andava chiamato coefficiente di punizione.

Non è un caso che sia il CUN sia il CNSU  si esprimano in maniera critica, ormai da anni,  nei confronti della quota premiale così concepita.

E’ di questi ultimi giorni il parere negativo del CNSU sul nuovo decreto di riparto. Un segnale forte che deve essere ascoltato.

Ma di ipocrisie, nel nostro sistema universitario, ce ne sono molte, forse troppe, soprattutto quando non si vuole vedere la realtà per quella che è. Infatti anche sul DM 47/2013, meglio noto come decreto AVA che tutta la platea o quasi conosce molto bene e che quindi non devo qui spiegare, devono essere rotte delle grandi ipocrisie. La verità naturale è che senza uno sblocco del Turnover sulla docenza al rifinanziamento serio sul FFO, che garantisca quindi un investimento su strutture e servizi, si potrà solamente intervenire sul numero degli studenti. La verità sul DM 47 è che si trasformerà l’Università Pubblica in un sistema ancora più chiuso, in cui solo una quota pre-definita di studenti potrà accedere ai massimi livelli della formazione.

In questo attacco all’istruzione pubblica,  quasi non stupisce che i requisiti richiesti alle università private e telematiche siano inferiori rispetto a quelli richiesti alle università pubbliche.

In base al numero totale di docenti in servizio, si potrebbe perfino fare una proiezione di questo numero.

Proviamo ora a fare una proiezione sull’Ateneo aquilano con l’AVA a regime: ci accorgeremmo subito che, considerando la docenza attuale e i requisiti del decreto, non si riuscirebbe a mantenere l’attuale ampiezza di offerta formativa con lo stesso numero di iscritti. La banale soluzione al problema sarebbe quella di un inserimento generalizzato del numero chiuso, arrivando così ad una popolazione universitaria ridotta del 54%, partendo dagli attuali 26mila iscritti per arrivare a soli 12mila.

L’Eurostat nel 2012 rileva che la popolazione laureata in Europa è pari al 36%, questo contro il drammatico 21% dell’Italia, il tutto a fronte dell’obiettivo europeo del 40%.

Di questo si deve discutere: noi siamo convinti che questa sfida vada raccolta e che l’Ateneo dell’Aquila debba essere, in Italia e in Europa, un tassello di quel 40%. Ma come si può pretendere di raccogliere questa sfida, contribuendo attivamente all’aumento dei laureati, con una diminuzione del 54% della popolazione studentesca, e quindi del numero di laureati stessi?

Lo ribadiamo qui, e lo ripeteremo ancora, il mito provinciale del “piccolo è bello” è qualcosa di antistorico per questa Città e per questo Ateneo.

Lo diciamo forte e chiaro: questo ateneo non può e non deve liquidare i suoi studenti, deve, insieme al territorio, aiutarli nel percorso di studi.

D’altronde questa idea è ribadita anche dal documento OCSE “L’Aquila 2030: una strategia di sviluppo economico”, promosso dal Ministro della coesione territoriale, in cui si afferma che “L’Università dell’Aquila costituisce uno dei sotto-sistemi di generazione di reddito primario più importanti della città.” e che essa dovrebbe prefiggersi di mantenere almeno l’attuale numero di iscritti, fino ad arrivare entro il 2030 ad una quota di  30mila studenti, di cui 20 mila residenti, in modo da diventare una colonna portante della ripresa della città. I corsi più attrattivi, con un numero elevato di iscritti, dovrebbero quindi essere visti come punti di forza dell’Ateneo, su cui  indirizzare le risorse, e non come dei “problemi da risolvere entro il prossimo anno accademico”, attraverso l’inserimento generale e totale di numeri programmati;

Proprio Lei Ministro Trigilia nel giugno del 2013 ha affermato, letteralmente,: “bisogna fare uno sforzo per collegare la ricostruzione con lo sviluppo economico della città. Il futuro si giocherà, e molto, sulla capacità di stabilire questi nessi: se L’Aquila vuole investire sulla cultura e sulla scienza, su insediamenti produttivi di qualità e sulla università, bisogna fare uno sforzo maggiore per integrare questi obiettivi con la ricostruzione.”

Condividiamo Le sue parole Ministro e proprio in questo senso risulta  fondamentale, per il nostro Ateneo, mantenere un collegamento con il territorio. Per questo siamo contrari alla chiusura di  qualsiasi profilo nel campo del civile-ambientale e delle scienze pedagogiche e sociali.

Queste considerazioni sono state parte della riflessione che ha portato il Consiglio Studentesco dell’Università dell’Aquila prima, e successivamente il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, ad approvare all’unanimità una mozione riguardante il rinnovo dell’accordo di programma tra l’Università dell’Aquila e il MIUR.

Abbiamo voluto delineare per il futuro una proposta concreta, che accompagni l’Università dell’Aquila dalla straordinarietà del dopo sisma, ad un’ordinarietà che sappia tenere insieme la qualità con un alto numero di studenti.

Se fino ad oggi, grazie al precedente accordo, tutti gli studenti hanno beneficiato dell’esonero tasse universitarie, immaginiamo un ritorno progressivo alla normalità, con la gratuità da garantire ancora per l’intero 2014/2015 e un successivo sistema di tassazione che tuteli gli studenti con reddito basso e con carriere accademiche attive.

Inoltre, nelle more della ricostruzione dell’intero patrimonio abitativo cittadino, l’unica chance per superare l’ancora troppo alto pendolarismo, è rendere realmente utilizzabile tutto il patrimonio abitativo a disposizione. Nell’enorme dispersione urbana è indispensabile intervenire con un forte investimento sulla mobilità cittadina. Per questo proponiamo un rivoluzionario accordo che stanzi 3 milioni di euro annui per la mobilità gratuita studentesca, da destinare direttamente all’Ama per rendere gratuito il trasporto pubblico cittadino per tutti gli universitari, con un pacchetto di linee concordato con Università, Adsu e gli studenti.

Sappiamo che non è compito del Miur, ma per questo chiediamo proprio al Ministero della coesione territoriale di entrare nel futuro Accordo di Programma.

Abbiamo inoltre ritenuto indispensabile la necessità di stabilizzare ed accreditare l’attuale offerta formativa, con la possibilità straordinaria per l’Università dell’Aquila di avere punti organico aggiuntivi ai punti organico che le spetterebbero per legge, così da assumere la docenza necessaria in tutti i settori in difficoltà. Assunzioni straordinarie sì, ma finalizzate dunque a mantenere l’attuale offerta formativa e a renderla negli anni del tutto compatibile con le nuove norme sui requisiti di docenza. Senza un intervento di questo tipo si rischierebbe infatti il taglio dell’offerta formativa e la chiusura dei corsi, come già detto in precedenza, con dunque l’impossibilità di garantire alla città una Università di almeno 26.000 studenti. Come dimostrano tutti i dati dell’Ateneo, oltre all’esonero tasse, è stato fondamentale, per mantenere dopo il sisma questo numero di studenti, conservare i corsi di laurea senza alcun numero programmato locale. D’altra parte chiedere, come si è potuto evincere dalle dichiarazioni della Rettrice, risorse di docenza straordinarie senza però vincolare queste alla stabilizzazione dell’offerta formativa, sarebbe del tutto incomprensibile. Non si può chiedere risorse aggiuntive, per poi comunque tagliare l’offerta formativa e far “rimpicciolire” l’Università dell’Aquila.  In questo filone è anche la richiesta di un Fondo di Finanziamento Ordinario per l’Università adeguato, e di un tempo congruo per l’Università dell’Aquila per completare un percorso di allineamento dell’offerta formativa agli stringenti vincoli di legge.

E naturalmente oltre all’attrattività dell’offerta formativa e una efficace e fruibile mobilità in un contesto urbano polverizzato, per garantire gli obiettivi ocse, è indispensabile una estesa offerta residenziale, sia pubblica che privata.

Non possiamo che evidenziare come una parte molto estesa del patrimonio edilizio cittadino, diffusamente destinato agli universitari, era concentrato proprio nel centro storico, dove i piani di ricostruzione fanno arrivare le “lancette dell’orologio” ad un ottimistico 2019, fino ai pessimistici 2024 .. .. 2030.., troppo in là per salvare la città. Dunque è indispensabile investire sia sulla strategia della mobilità, che può “mantenere” nel mercato immobiliare l’offerta di residenze anche periferiche della città, sia su una forte offerta residenziale pubblica.

Ad oggi all’Aquila, grazie alla fortissima mobilitazione studentesca, si è riusciti con grandi difficoltà ad aprire e mantenere aperta la struttura residenziale nella ex caserma campomizzi, ristrutturata dal Provveditorato alle Opere Pubbliche dopo il sisma per ospitare nella fase di emergenza parte della popolazione terremotata.

Oggi quella struttura è a forte rischio di chiusura per le strategie di riorganizzazione dell’amministrazione militare italiana. Lo diciamo al ministro Trigilia affinchè lo riferisca anche al suo collega di governo Ministro Lupi: noi non arretreremo di un millimetro, soprattutto le palazzine che sono già destinate a residenza universitaria, e che sono state ristrutturate anche con questa finalità. E’ un messaggio chiaro che inviamo di nuovo anche alle autorità locali, che troppo spesso hanno mostrato cedimenti sulla Campomizzi, da li gli studenti non andranno via. Non lo permetteremo.

Non solo, è arrivato il momento, di finalizzare la quota assegnata a beneficio della costruzione di una nuova residenza universitaria all’Aquila. Di quei circa 16 milioni di euro dovrebbero esserci ancora 12 milioni da spendere. Allo stesso modo c’è da potenziare il progetto di residenza diffusa, con la presa in fitto direttamente da parte dell’azienda per il diritto agli studi di appartamenti privati nell’ambito urbano. Inoltre c’è da riportare al corretto uso pubblico la residenza San Carlo Borromeo che , informiamo il nuovo Vescovo, è stata scorretamente assegnata alla gestione della Curia in barba all’Accordo di Programma.

Ma le vicende legate alla residenzialità sono strettamente connesse alla capacità e volontà della Regione Abruzzo di investire sul diritto allo studio. E qui non possiamo che sottolineare l’incredibilmente bassa voce nel bilancio regionale sul dsu. La misera cifra di 5 Milioni di euro, identica alla voce presente in bilancio nel lontanissimo 2001, mantiene l’Abruzzo nella coda delle regioni italiane che investono sul diritto allo studio pro-capite per universitario. Una disattenzione talmente ampia da non essere giustificabile neanche con le difficoltà finanziarie che l’Abruzzo ha avuto. Basti pensare che gli studenti finanziano il sistema del dsu abruzzese, con una cifra pari al 180% della cifra stanziata dalla Regione. E i risultati nelle coperture delle borse di studio sono infatti ascrivibili solo al pagamento della tassa regionale da parte degli studenti, tassa vincolata proprio alla copertura delle borse.

D’altronde, per comprendere il grado di disattenzione, basterebbe guardare lo stato di abbandono totale in cui versa ancora il Polifunzionale di Coppito, sul quale è necessario che la Regione faccia partire il progetto di ristrutturazione post-sisma. O basterebbe notare la totale disattenzione verso l’attivazione di servizi essenziali in centro storico, a fronte del grande sforzo dell’Ateneo che ha portato ad aprire la nuova sede qui in piazza San Basilio, che attualmente ospita il Dipartimento di Scienze Umane.

La legislatura regionale si avvia a conclusione, chiediamo, almeno in questa coda, di dare un segno, non ipocrita, ma un segno finanziario o in strutture e servizi, che possa almeno chiudere diversamente questa stagione di totale disattenzione al diritto allo studio.

E tanto per chiudere con le ipocrisie, o quantomeno cercando di evitarne di ulteriori, vogliamo fare un brevissimo passaggio anche sul Comune dell’Aquila e sul rapporto tra il Comune e l’Università. Dei trasporti abbiamo già detto, dei servizi relativi al centro storico abbiamo detto relativamente alla Regione, e non ci pare si possa salvare dal nostro richiamo neanche la municipalità. Vorremmo un Comune che non si perda in fantasiosi e megagalattici progetti futuribili, ma che affronti concretamente le esigenze e i problemi del vivere quotidiano la città. Non possiamo dimenticare che, giusto per raccontare il fondo dell’ipocrisia, a fronte delle tante straordinarie parole sulla città universitaria di cui si popolano i documenti, le interviste, i programmi e i piani strategici della città, non si è stati in grado in 3 anni di risolvere neanche il problema di una pensilina di un autobus. Una misera, e pur importantissima per la sicurezza degli studenti, pensilina di un autobus.

Ora i luoghi dove confrontarsi ci sono tutti, non serve evocare, lo diciamo anche alla Rettrice per suggerirle di non farsi intrappolare in continui rinvii, la costituzione di nuovi tavoli. I tavoli esistono già, sono il “Tavolo di Concertazione per la Cittadinanza Studentesca”  e quello per la residenzialità universitaria , sono stati istituiti anni fa nell’ambito di un progetto Anci, ma sono stati convocati l’uno quattro volte in quattro anni, l’altro mai. Ci auguriamo che la nuova assessora delegata possa ridare vita a questi luoghi, dando un segnale diverso da quello che gli studenti hanno osservato fin’ora.

Sappiamo che anche quest’anno le istituzioni considereranno il nostro intervento come una lista, anche un pò lunga, di critiche. Ma fra l’essere utenti e l’essere cittadini, noi abbiamo scelto di essere cittadini.

I commenti sono chiusi