25 aprile 2017: l’Italia è libera da 72 anni

Pubblicato il 25 aprile 2017 | Autore: | Categoria: In evidenza, Primo Piano, Senza categoria

Il 25 aprile, ormai da 72 anni, è un giorno speciale in Italia.

La Festa nazionale del 25 aprile ricorda il giorno in cui, nel 1945,  Milano venne liberata dai nazisti e dai fascisti. Il 25 aprile rappresenta il primo passo verso il sogno di un’Italia democratica e libera.

«Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano».

A pronunciare queste parole  è Pin, un ragazzino protagonista del libro di Italo Calvino  “Il sentiero dei nidi di ragno”. Pin è povero e sta soffrendo durante la  seconda guerra mondiale; ma non è povero di coraggio e di voglia di fare qualcosa, anche di piccolo, per il suo Paese e per porre fine alla guerra, al fascismo e al nazismo.

Pin è un personaggio di fantasia, si potrebbe dire. In realtà,  nulla sarebbe stato possibile se, come lui, non fossero stati in tantissimi a credere di poter far qualcosa unendosi insieme in quella che è stata chiamata la lotta di Resistenza.

Tantissimi italiani (donne, uomini e bambini) dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 hanno deciso di lasciare le loro case o hanno disertato l’esercito per contrastare l’occupazione nazista dell’ Italia e il governo fascista. Per i successivi due anni, fino alla fine di aprile del 1945, hanno combattuto in ogni modo possibile l’occupazione dei tedeschi. Era gente comune, con poche armi, che già soffriva le penurie della guerra, eppure è riuscita a “resistere”.

Il 25 aprile è per questo una data importantissima per il nostro paese. Un modo per ringraziare il sacrificio di tante persone.

I partigiani hanno spesso pagato la loro resistenza al regime fascista perdendo la vita. Erano un esercito improvvisato che doveva combattere contro uno perfettamente organizzato e potente come quello nazista. Non mancarono anche delle vere e proprie stragi, rappresaglie in cui, per mano nazista, morirono tantissimi civili non direttamente coinvolti nella lotta partigiana. I tedeschi infatti, uccidevano un certo numero di civili in base a quanti tedeschi erano stati uccisi: ad esempio, 10 civili per 1 tedesco. Una delle stragi più tragiche è quella di Marzabotto e Monte Sole (nelle colline in provincia di Bologna) in cui tra il 29 settembre e il 5 ottobre  furono uccise a sangue freddo 800 persone. E’ bene ricordare allora perché il 25 aprile è così importante per noi italiani.

La scelta del 25 aprile come “ Festa della Liberazione ” (o come “anniversario della liberazione d’Italia”) avvenne un anno dopo, precisamente il 22 aprile 1946.

All’epoca, il governo italiano provvisorio, guidato da Alcide De Gasperi, stabilì con un decreto che il 25 Aprile dovesse essere “festa nazionale”; la festività fu resa effettiva con la legge nel Settembre 1948.

Da allora il 25 Aprile è un giorno festivo, in quanto “anniversario della liberazione”.

Effettivamente, però, la dittatura nazi-fascista in Italia non finì proprio in quel giorno: più che altro quel giorno i militari tedeschi nazisti e quelli fascisti cominciarono a ritirarsi dalle città di Torino e Milano, dopo che la popolazione, aiutata dai famosi “partigiani”, si ribellò talmente da riprendere possesso della città.

Bisogna perciò essere consapevoli del valore odierno della resistenza, di cosa è rimasto oggi a noi, a distanza di tanti anni da quel lontano 25 aprile che cambiò le sorti dell’Italia. Per meglio comprendere perché questa giornata c’è e deve restare nel calendario degli italiani, è bene ricordare. Resistenza vuol dire contrastare un regime che va contro i principi della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza. Resistenza vuol dire rischiare la vita per garantire ai propri figli un futuro libero da dittature. Resistenza vuol dire dare  la propria libertà per garantirne una futura agli altri .

I partigiani erano e sono persone comuni che hanno lottato (e che continuano a farlo  esercitando il potere della memoria) per una nuova idea di Stato lontana da nazionalismi e fascismi.

 

“Una mattina mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. O partigiano portami via, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, o partigiano portami via che mi sento di morir. E se io muoio da partigiano, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, e se io muoio da partigiano tu mi devi seppellir. E seppellire lassù in montagna, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, seppellire lassù in montagna, sotto l’ombra di un bel fiore. E le genti che passeranno, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, e le genti che passeranno mi diranno “che bel fior”.  E questo è il fiore del partigiano, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, e questo è il fiore del partigiano morto per la libertà.”

Le parole di questo canto sono semplici, e derivano dalla semplicità di chi le cantava, dalla semplicità di quelle persone che hanno perseguito un obiettivo comune: l’obiettivo della libertà.

Tra i partigiani c’erano comunisti, socialisti, cattolici; i partigiani erano il popolo, quello stesso popolo che voleva veder finire una guerra che era costata troppe vite. Il messaggio che ancora oggi la memoria di queste persone riesce a trasmettere è un messaggio di libertà, un messaggio di forza, un messaggio di ribellione.

L’ “appartenenza” cantava Giorgio Gaber, l’ineguagliabile sensazione di far parte di qualcosa di più grande, l’appagamento di partecipare, condividere, andare oltre insieme.

 

“L’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.”

 

La storia ha il compito di insegnare e dalla storia noi dobbiamo imparare. Solo attraverso questo tipo di consapevolezza  riusciremo a capire che esistiamo come risultato di quel senso di appartenenza che ci ha preceduti e che oggi più che mai deve servirci da faro. Ogni italiano deve conoscere la storia dell’Italia e delle persone che hanno reso concreti attraverso la stesura di quella che oggi è la nostra Costituzione i valori dell’antifascismo. Valori preziosi che devono insegnarci a non ripetere gli errori, valori che la Scuola e l’Università dovrebbero rendere motore primo della formazione giovanile.

Questa è resistenza:costruire la propria libertà ogni giorno consci di non essere dei ‘singoli’, ma una ‘collettività’.

Libertà è una parola che deve essere ancora capita, che è già stata compresa, diversa da individuo ad individuo, eppure libertà così uguale, libertà che riesce ad uniformare un popolo.Questo è oggi la festa del 25 aprile, fatta di giovani e anziani spalla a spalla, giovani che costruiscono la propria libertà e  meno giovani che hanno costruito la loro.E’ questo il potere della storia e del ricordo, della testimonianza e dell’ascolto.

Tuttavia, proprio nel rispetto di quei valori per cui tanti uomini e donne si sono battuti, ad oggi è fondamentale attualizzare e domandarsi: siamo liberi? Oggi, siamo sicuri che ci sia democrazia? Oggi, che forma hanno i nuovi fascismi? Il nuovo fascista è molto più sofisticato rispetto a quello degli anni ’30. Non indossa un’uniforme e non ha la postura di Mussolini, ma è il fascismo economico-finanziario a decidere della vita e della morte di milioni di persone. Il fascismo dei nostri tempi crea con politiche economiche immigrazione, per tenere basso il costo del lavoro e creare una guerra tra poveri, tra disperati immigrati e precari autoctoni. Sarebbe fondamentale capire che dietro al termine “fascismo” c’è una logica di potere e sopraffazione che oggi indossa altri abiti e ricopre altre posizioni. Il resto è carnevale, sono mascherate di gruppo che distraggono e quindi fanno comodo a coloro che veramente esercitano il potere. Settanta anni fa i partigiani hanno liberato l’Italia dal fascismo, oggi serve una nuova resistenza. Dopo la seconda guerra mondiale, una volta sconfitto il fascismo, fu scritta la Costituzione. Sarebbe opportuno partire proprio da quei 139 articoli che sono il trionfo della democrazia, della capacità di far sintesi anche partendo da posizioni divergenti.  I fascisti dei nostri giorni si prefiggono l’obiettivo di dirigere politicamente il malessere sociale – determinato da una crisi sistemica dei paesi a capitalismo maturo quasi più grave di quella che portò il mondo alle devastazioni delle due guerre mondiali – attraverso la costruzione di un “blocco reazionario di massa”, per orientare su strade a fondo chiuso, alla fine delle quali i diseredati di oggi troveranno nuove forme ancor più coercitive e barbare di sfruttamento e miseria.  E’ il fascismo che tiene insieme islamisti e razzisti nostrani, omofobi e sessuofobi di varia e opposta natura.

In tutta Europa fascisti e nazisti, in forme diverse, dirigono o affiancano governi e movimenti reazionari, xenofobi, nazionalisti. Bisogna quindi assumersi una responsabilità, attraverso l’impegno a rilanciare con forza, a livello territoriale e nell’intero paese, la militanza antifascista, contrastando risolutamente un preoccupante disarmo politico, ideologico, culturale, di capacità di analisi sull’evoluzione di un mai sopito fascismo più che preoccupante, che trova proprio in questo progressivo arretramento  la forza che non altrimenti avrebbe.

 

La lotta contro il fascismo di oggi si combatte con  la memoria, con la storia, col conflitto sul posto di lavoro e di studio, nei quartieri devastati dalle politiche imposte.

L’antifascismo sarà forse retrò, ma ci fornisce quello che più manca. Ci offre un criterio per distinguere, per valutare e per agire in modo efficace in situazioni determinate. Non a caso l’antifascismo è stato il vero fondamento dell’edificio europeo come della costituzione dell’Italia repubblicana, quando si trattava di mettere d’accordo forze politiche inconciliabili. L’antifascismo accende una luce e ci mostra una direzione. L’antifascismo è, infatti, un metodo per orientarsi.

Se oggi c’è un’urgenza, è un’urgenza antifascista.

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