Inaugurazione dell’ anno accademico 2019/2020, discorso del presidente del Consiglio Studentesco Massimo Aloisi

Pubblicato il 26 febbraio 2020 | Autore: | Categoria: In evidenza, Primo Piano

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL’AQUILA

Inaugurazione a.a. 19/20

26 Febbraio 2020

Discorso di MASSIMO ALOISI

Presidente del Consiglio Studentesco UNIVAQ

Studenti, Dottorandi e specializzandi, ricercatori precari e non, personale tecnico amministrativo e docenti dell’università degli studi dell’Aquila,

Magnifico Rettore, gentile direttore generale, gentilissimi pro-rettori, autorità tutte.

Quest’anno vorrei raccontarvi una storia,

Lucia è una ragazza calabrese. Fin da piccola il suo sogno è quello di aiutare le persone. Per fare ciò ha deciso di studiare infermieristica a L’Aquila. Come tante e tanti suoi coetanei decide di lasciare la Calabria per cercare di costruirsi un futuro. L’anno scorso ha fatto tutti gli esami necessari per avere la borsa di studio, che per reddito le spetta.

Però marzo incombe, la borsa ancora non arriva e Lucia comincia ad avere paura di non riuscire a pagare l’affitto.

Sta facendo tirocinio in ospedale e si è già accorta che non è proprio come si immaginava: tutti sono sempre di corsa, sono pochi rispetto alle necessità.

Stringi i denti le dicono, gli esami incombono e non può distrarsi e perdere tempo: a breve entrerà nel mondo del lavoro. Lucia però, che ogni tanto va a spulciare i concorsi da infermiere, non riesce a tranquillizzarsi e le torna in mente quel grande concorso con 258 posti e 29.000 domande del Sant’andrea e si chiede soprattutto se riuscirà a tornare nella sua amata Calabria. In Abruzzo oltre il 50% dei laureati non è ancora occupato e ha infatti difficoltà a trovare lavoro.

Chi di noi parlando di progresso vuole anche dire a Lucia che, nonostante importanti studi scientifici dicano che il rapporto medio tra infermieri e pazienti non dovrebbe scendere sotto l’uno a sei, in Italia sia di 1 a 10 e nella sua amata Calabria 1 a18? Per chi se lo stia chiedendo: sì, quando questo rapporto si abbassa aumenta la mortalità nei reparti.

Intanto Lucia legge il tema dell’inaugurazione dell’anno accademico 2019/2020: “Dal medioevo alla società digitale: Univaq come motore di progresso sociale” e si domanda: che cos’è il progresso?

Pensate un attimo di parlare con Lei e dover rispondere a questa domanda. Non sarà facile perché ogni aspetto della sua vita vi metterà in crisi.

Lei parte dalla Calabria, una delle regioni più povere del Sud Italia. Secondo l’ISTAT, nel 2018, 117 mila persone hanno lasciato il Sud con destinazione centro o nord italia, e altre 157 mila persone dall’Italia si sono spostate all’estero. Anche in Abruzzo la situazione è difficile: sono oltre 170 mila le persone che negli ultimi anni hanno lasciato la nostra Regione per andare all’estero.  E’ complesso parlare di progresso a chi è costretto a lasciare il luogo in cui si è cresciuti per motivi storicamente lontani e non ancora risolti.

Tanto più in questo momento: Lucia è preoccupata per il suo affitto, la legge le garantiva una borsa di studio eppure sta ancora aspettando che le venga accreditata. Come lei altri 618 studenti all’Aquila e circa 3000 in tutto l’Abruzzo.

Il progresso si basa sugli studenti, continuamente ci viene detto che noi giovani siamo il futuro eppure perché succede questo?

Lucia non riesce a venirne a capo da sola in più abbiamo poco tempo, non posso continuare a raccontare tutte le possibili contraddizioni che emergerebbero dalla conversazione con la studentessa sulle varie tematiche del progresso quali guerre, ambiente, parità di genere. Che cosa però ci dice la storia di Lucia? Forse che il progresso non esiste? No, ma l’insegnamento che possiamo trarre da questa storia è un altro: il progresso è tale se riguarda tutti, se è paritario. E allora in questo senso come può l’Università dell’Aquila essere motore di un progresso sociale?

Con progresso sociale, come noi studenti lo intendiamo, pensiamo ad una società che cresca coesa, in cui ogni sua componente abbia il diritto di poter crescere senza che nessuno venga lasciato indietro. Migliorare le condizioni di vita di tutte e di tutti, in ogni parte del mondo.

E’ chiaro che ogni università rappresenti le fondamenta culturali e sociali da cui partire per fare ciò. Pertanto deve esserne garantito l’accesso libero. Per questo motivo chiediamo al Rettore, cui vanno i nostri auguri per questa prima inaugurazione, e alla comunità accademica tutta di impegnarsi affinchè progressivamente possano essere eliminati i numeri programmati locali nel nostro ateneo. Immedesimatevi nei tanti ragazzi e ragazze che vedono i propri sogni svanire a causa di selezioni che portano solamente ad una cultura per pochi. Non possiamo continuare a favorire l’emigrazione dal nostro territorio, ma dobbiamo favorire l’accesso all’istruzione a tutti senza la necessità di migrare altrove.

Serve continuità tra il mondo accademico e il contesto che lo circonda. Se la cultura è per pochi è anche perché non vengono concessi gli strumenti economici per giungere ai più elevati livelli di istruzione. Allo Stato e alle Regioni compete costituzionalmente il diritto allo studio.

Alla Regione Abruzzo chiediamo l’osservanza del dlgs 68/2012 e di investire nel fondo regionale per il diritto allo studio il 40% del fondo integrativo statale non il 14% come ad oggi avviene. Chiediamo interventi legislativi che ben conoscono e che senza i quali molti studenti in trasferimento da un corso di laurea ad un altro perderanno la borsa di studio.

 

Serve un ateneo democratico e plurale. Luogo di discussione e crescita sulle diverse tematiche: dalle scelte politiche dell’ateneo alle grandi sfide dell’umanità.

Come UNIVAQ siamo impegnati nella sperimentazione del 5G eppure in città non c’è mai stato un dibattito sul tema.  Dal nostro punto di vista sarebbe giusto mettere in discussione alcune scelte legate alla diffusione della tecnologia 5G. Oltre che interessante sarebbe giusto ragionare su quale tipo di società stiamo costruendo, con quali sviluppi futuri sulla vita quotidiana, sui modelli produttivi e tecnologici, che sempre di più fanno a meno del valore del lavoro. Ciò che infatti ci preoccupa è la mancanza di informazione: bisogna strutturare campagne per informare i cittadini su ciò che si sta facendo e su come si vorrà utilizzare tale tecnologia per evitare allarmismi e la diffusione di notizie false.

Bisognerebbe cominciare ad investire su una seria e metodica ricerca sugli effetti biologici. Segnaliamo che proprio in quest’ottica altri soggetti hanno messo persino uno stop alle sperimentazioni: cito i casi della regione Marche e della città di Bruxelles, dove la ministra dell’ambiente ha dichiarato “I cittadini di Bruxelles non sono cavie non posso vendere la loro salute a prezzo di mercato”. Notizie come queste lasciano la sensazione, a torto o a ragione, di essere oggetto di sperimentazione senza dovuta precauzione o senza una univoca e certa comunicazione scientifica e istituzionale.

La riflessione che vogliamo condividere con la comunità accademica è che l’Ateneo dell’Aquila sia formato da più realtà di quelle che generalmente emergono. Non siamo noi studenti a dover dire che non tutti i corsi di laurea godono della stessa salute dal punto di vista di organico e finanziamenti. E allora, tornando alla metafora di Lucia, cosa vogliamo dire ai corsi di laurea che il progresso non lo vedono? Di stringere i denti? Crediamo si possa discutere insieme di quell’algoritmo che ripartisce le risorse tra i dipartimenti, e scegliere dove investire e per quali motivazioni.

E quale messaggio vogliamo lanciare agli studenti? Nell’ottica di una meritocrazia malata si compie il percorso di studi di molti. Nell’idea di uno studente universitario essere meritevoli vuol dire essere più veloci degli altri nel terminare il percorso di studi; tale visione dell’università è entrata talmente tanto nella quotidianità che chi non rientra nei canoni si sente in difetto, viene considerato di minor valore. Questa visione malata ha svalutato tutto il sistema universitario e ne ha cambiato la natura prefissata. Laurearsi non rappresenta più il certificato di una crescita culturale e personale, ma un insieme di indici che svalutano il percorso svolto. Ad oggi sembra che lo scopo di andare all’università sia quello di uniformarsi alle aziende. Sembra che siano quest’ultime e non il contrario ad impostare i progetti formativi dei corsi di laurea.

Vorrei concludere questo intervento con un appello alla nostra comunità universitaria nella speranza che possa assumere dimensione nazionale. In questi giorni con crescente preoccupazione stiamo tutti seguendo gli aggiornamenti sui focolai epidemici del coronavirus sul territorio italiano. E’ questa l’ennesima occasione che ha evidenziato come in Italia ci sia un sistema di gestione delle emergenze con una carente cultura della prevenzione. Siamo un paese del tutto disabituato a fare prevenzione: dall’ambito sismico, a quello del dissesto idro-geologico e in quello della salute.

Con la speranza di essere maggiormente considerati come protagonisti e non a margine delle discussioni future, auguro a tutti e tutte un buon anno accademico.

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